mercoledì 28 settembre 2005

Facce: la burocrate

P. è decisamente soprappeso e veste con colori troppo sgargianti. Ha pochi capelli, una profonda cicatrice che si intravede sotto i foulard che porta al collo e tiene quasi sempre in grembo la mano sinistra, perché, appena può, preferisce non mostrarla.

P. è poco attraente: ha passato i quaranta e la sua pelle, da quando è diventata una donna, puzza. Gli adolescenti l’hanno sempre derisa crudelmente e, anni dopo, gli uomini adulti non si sono mai mostrati adulti abbastanza per tentare di superare l’ostacolo e avvicinarsi a lei.

P. ha imparato a sue spese che le persone ti fanno del male, e che è meglio non fidarsi per non rischiare altre ferite, altro sangue, altre lacrime. Mi raccontano che fosse intrattabile, che usasse gridare invece di parlare, prevaricare invece di confrontarsi, irridere prima di essere irrisa.

La P. che conosco io è diversa. E’ sopravvissuta ad un gravissimo incidente d’auto che l’ha lesa nel corpo ma guarita nello spirito. Riesce adesso a convivere con le proprie mancanze: i bambini dell’istituto dei quali si prende cura dopo l’orario di lavoro l’adorano, e lei adora loro.

Nell’ufficio di P. la finestra è sempre aperta, estate ed inverno. P. ride alla mia battuta con la sua risata grassa, da fumatrice, e mi saluta cordialmente. Ha imparato a guardarsi di nuovo allo specchio, e alle volte ce la fa a sorridersi, perché si è perdonata ed è in pace con se stessa.

P., nonostante tutto, è fortunata.

Quella della Burocrate è la quarta faccia. Quella di S., l'attore, è la quinta

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