mercoledì 4 aprile 2012

Sul blogger

No, no ragazzi, al contrario. Velies Thyrrens non è una maschera: al massimo è un vestito e non lo uso per nascondermi. Lo considero un tramite necessario per giocare alle "Parole in libertà", un alter ego sul web che mi permette di esprimere con maggiore enfasi alcune cose. In pratica è una versione dopata di me :) nella mia vita di tutti i giorni sono molto meno assertivo, molto meno gay liberal (non che rinneghi le cose che scrivo, ci mancherebbe), molto meno arrapato. E non è vero che di me non si sa niente: al contrario, ho pubblicato praticamente tutto. Ciò che manca, magari, è capire il modo in cui i singoli pezzi interagiscono. E per chi ha ancora qualche curiosita, basta leggere il blog. Soprattutto questo "Ventiquattro ore". Qui c'è davvero tutto.

Sono le sette di mattina e il vecchio autobus rimbomba di un vociare indistinto nel quale i volti degli adulti galleggiano sospesi a chilometri dal mio e nulla di ciò che succede attorno a me sembra avere il minimo significato, eccetto la mano di mio padre che trattiene saldamente la mia. Via via che mi allontano da casa e dalla mia mamma il fiato di cui credevo di disporre in abbondanza si consuma e la nostalgia mi coglie senza rimedio. Riesco a confondermi tra gli altri bambini dell’asilo ma quando mi ritrovo seduto da solo in quella misera parodia di classe il disagio delle prime ore fuori dal nido prende il sopravvento. Un'imponente suora dai tratti pesanti si lascia intenerire dai miei quattro anni, mi prende sulle ginocchia, mi rassicura, cercando di arginare un pianto che non accenna ad arrestarsi. Istintivamente percepisco le sue buone intenzioni; tuttavia quell'abbraccio ha un odore che non riconosco e non ne traggo quindi alcun conforto.

Quando finalmente discendo dal grembo della suora scopro che le mie gambe sono in qualche modo cresciute: ho otto anni, adesso, e da questa mattina il sistema metrico decimale non ha per me più segreti. La maestra, una vecchia zitella che mi confonde con slanci di tenerezza alternati, senza criterio apparente, a spaventose sfuriate, ha deciso che forse non sono irrecuperabile e mi ha dedicato una spiegazione speciale accompagnata da uno specchietto confezionato apposta per me. Chilometri, ettometri, decametri: la barriera verso la conoscenza è finalmente caduta ma quando varco il portone della scuola mi stupisco nel trovare un mondo completamente indifferente al mio successo; ripiego allora sulla ciambella di pasta fritta che il timore dell'ennesima brutta figura alla lavagna mi aveva fatto dimenticare e mi avvio di buon passo.

Apro la porta di casa con chiavi che non ricordavo di avere e quando le intasco noto che ora ho i pantaloni di una tuta da ginnastica e che invece del minuscolo zainetto porto a tracolla una cartella verde militare. Entrando il mio sguardo si posa sul tondo volto pubere che lo specchio mi restituisce, sulla tipica espressione di malanimo con cui scoraggio ogni contatto, sulle mie guance in fiamme. Sono terrorizzato all'idea che i miei genitori si accorgano della dolorosa erezione che ho portato con me da scuola e ancora di più al pensiero che scoprano cosa l'ha causata. Mi rassetto alla meglio per il pranzo, siedo davanti agli spaghetti che mia madre ha appena scolato (i miei hanno mangiato da almeno un'ora) e mi getto sul cibo, rispondendo a monosillabi alle domande che mi sento rivolgere. Fingo di non vedere lo sguardo sconcertato che i miei genitori si scambiano e tiro un sospiro di sollievo quando essi decidono di non interrogarmi ulteriormente.

Mi alzo da tavola e come d'abitudine corro a rinchiudermi in camera: sulla scrivania scorgo i manuali universitari ed essi, nell'arco di un respiro (il tempo che mi occorre per arrivare a venti anni) diventano per me completamente familiari. Accendo la luce e siedo, rassegnato ma non placato, per immergermi completamente nello studio che almeno mi permette di sfogare in modo costruttivo la mia frustrazione. Le parole si rincorrono rapide davanti ai miei occhi e oggi si fanno afferrare con particolare facilità tanto che in un paio d'ore esaurisco gli argomenti in programma per la serata. Mi stendo perciò sul letto e sprofondo in un sonno senza sogni.

Pochi istanti dopo, a neanche cinque anni di distanza, vengo svegliato da mia madre che mi rammenta l'imminente visita di F. Il peso delle coperte che gravano su di me mi fa sentire protetto e malgrado i giorni trascorsi a piangere tutte le mie lacrime non sono ancora pronto per reggermi sulle gambe. L'essermi dichiarato omosessuale è stato un lampo abbacinante che in un solo momento ha consumato tutte le mie energie e ciò che è uscito dalla mia carne ha lasciato di me stesso solo un guscio fragilissimo che sento sul punto di rompersi. Tuttavia, anche se il volto di mio padre è una maschera di pietra, il mondo mi è sopravvissuto e anzi una doccia e degli abiti ben stirati mi consentono di accogliere F. come se nulla fosse mai successo, come se non avessi passato gli ultimi giorni a letto, troppo spossato per alzarmi.

Mi lascio convincere ad uscire e tutto è facile, troppo facile. Capisco allora che altri anni sono trascorsi e che posso fiduciosamente aprire la pesante porta di legno, al di là della quale mi attendono infatti i commissari di laurea e, seduti, i miei familiari e i miei amici. Quando il Presidente mi stringe la mano il mio cuore esplode nel petto, e la felicità è una guglia di cristallo che rimanda una luce in grado di propagarsi per giorni e giorni senza mai perdere di intensità, è una nota limpida e perfetta il cui risuonare cancella ogni sforzo, ogni notte insonne.

Mi avvio rapidamente verso casa per cambiarmi d’abito (sono atteso per i festeggiamenti), ma la casa che mi accoglie non è quella dalla quale ero uscito, è la casa nella quale vivo adesso e che stanotte manda un suono diverso: non il consueto, tranquillizzante silenzio che nulla cela se non quiete e riposo, bensì un ansito ostile che mi restituisce, amplificato, il mio stesso respiro, e tutto è buio, buio. Altri dieci anni, altri segni sul mio viso, e l’idea di misurarmi con la persona che sono adesso mi riesce insopportabile. Mi spoglio lentamente, infilo il pigiama e mi perdo nelle lenzuola immacolate: cerco di non pensare all'autobus di questa mattina, al dolcetto fritto, ai miei turbamenti di adolescente, a ciò che ho detto e fatto perchè io stesso ho difficoltà a comprendere quanto tempo sia realmente passato da quei momenti: se un'ora, ventiquattro o nessuna. Chiudo finalmente gli occhi e l'ultimo pensiero che mi sfiora prima del sonno è che domattina sarò un uomo ancora differente e non so capire se questo sia un bene o un male.

8 commenti:

Amleto ha detto...

Senza parole!
E’ bellissimo questo post!
Dai vestiti indossati da una persona si capisce molto, per me è così ^_^

loran ha detto...

:)

gi. ha detto...

Mai avuto dubbi, sei sempre stato certo.
A volte sono una groupie che vorrebbe parlarti dal vivo, ma c'è molto di vivo anche qui.
Blogger to Blogger.

Velies Thyrrens ha detto...

Grazie ragazzi (e grazie Loran, che questo racconto lo hai già letto almeno un paio di volte!! ;)
Che vi devo dire: alle volte mi coglie il mood malinconico e mi partono i post come questo "Ventiquattro ore", che contiene episodi assolutamente veri e pazzescamente personali. A chi interessasse, consiglierei di leggere anche Mille milioni o uno qualsiasi dei post dell'etichetta personali.
ps WEEEEEEE le groupieeeeee :D

loran ha detto...

è vero Velies, ma adesso comincio a preoccuparmi, sarà come dicono molti che con internet stiamo perdendo la memoria o sono io che mi sto rincoglionendo?:)) Comunque e sempre bello leggerti e rileggerti.:)

gi. ha detto...

Se stiamo perdendo la memoria... c'è Timehop. Interessante, ancora sotto studio da parte mia...

Anonimo ha detto...

Poesia.
Io sono, fra poco, a tappa 25, e ancora i miei non sanno nulla.

Voglio farmi un grosso regalo per il mio compleanno, vedremo. Per non svegliarmi e avere 30, 35 anni ed essere ancora fermo.

Velies Thyrrens ha detto...

Grazie a tutti per i complimenti ^^'
Le cose che sono scritte in questo racconto, ovviamente tutte vere, non le sanno neanche i miei amici... ^^'
Quanto al coming out, è una faccenda complicata: ne abbiamo parlato insieme qui