martedì 13 settembre 2011

Anche io sono leggenda

"Mi è difficile persino uscire di casa per fare qualcosa di semplice come andare al parco... abbiamo tanti bambini, ci vuole uno sforzo fenomenale per andare ovunque.. Abbiamo riempito il serbatoio della macchina solo due volte in tutta l'estate per andare un po' in piscina all'aperto. Questo è tutto. (...) ma ora la verità è che non voglio tornarci.

Oggi abbiamo deciso di andare al parco. Viviamo vicini ad un piccolo parco, tranquillo, pulito e silenzioso. Due delle mie bambine erano nel recinto con la sabbia, una sull'altalena e mentre prendevo il piccolino dal passeggino ho visto quattro donne che ridevano in direzione di un bambino su una specie di dondolo... Sembravano innocue, ma sono così sensibile alla stranezza che ho sviluppato questo onnipresente senso di disagio quando sono in pubblico..."

Non è una prospettiva spaventosa, quella di non essere più al sicuro nella propria casa? Quella di essere quasi l'ultimo della propria specie, in un mondo diventato ostile e riempitosi di mostri? Chi ha letto "Io sono leggenda", il romanzo di Richard Matheson, uno dei capisaldi della narrativa di settore, sa bene quale angoscia coglie il protagonista, ormai unico uomo normale in una terra popolata di vampiri. Il brano che leggete sopra, e che ho tradotto scrupolosamente, sembra uscito da quelle pagine, tale e quale.

Invece no.

E' uno scritto di una certa Stacy Trasancos, ex ricercatrice chimica alla Du Pont e ora, dopo la conversione al Cattolicesimo, felice madre di sette figli. Stacy ha avuto la bella idea di scagliarsi contro la pubblica ostentazione del peccato che, a suo dire, gli omosessuali perpetuano mostrandosi nei luoghi aperti al pubblico, insieme alle loro "pseudo famiglie" (in Massachusetts, luogo di residenza di Stacy, il matrimonio gay è legale da qualche tempo) e, quel che è peggio, insieme ai loro bambini.

"C'erano due uomini al lato della piscina, vicini l'uno all'altro in modo innaturale, che si massaggiavano e si scambiavano occhiate. Guardavo ansiosamente i miei bambini, sperando che non facessero domande. Loro vedono Papà fare queste cose solo con la mamma". Ed ancora:

"Questa è la mia comunità. Non riesco neanche ad uscire di casa senza preoccuparmi della depravazione che incontreremo. Siamo cittadini responsabili, ma siamo soverchiati, siamo una minoranza. Non posso neanche andare in posti normali senza dover stare seduta in silenzio, tollerando l'immoralità. Sappiamo tutti cosa succederebbe se chiedessi a due uomini o a due donne di smettere di dimostrare, di fronte a me e ai miei figli, che essi vivono nella sodomia."

Il post della signora Transacos (che prosegue mettendo insieme, in un delirante calderone, anche condotte penalmente illecite che nulla hanno a che fare con le unioni civili tra omosessuali), prontamente linkato da tanti blog (escluso questo), è stato subissato da commenti di varia natura, molti intrisi d'odio (ma certo, chi semina vento...), altri ferocemente critici ma civili e ben argomentati. Essi naturalmente non faranno recedere la sig.ra Transacos (e le altre come lei) di un millimetro, ma almeno rafforzano me nella mia convinzione: se questo significa essere cristiani (e non credo), ne faccio volentieri a meno. Fate schifo.

2 commenti:

lelenuccia ha detto...

come giá anticipai... quella non é una cristiana. é una troia impazzita!

loran ha detto...

No questa non è una cristiana ma soltanto una persona fortemente disturbata mentalmente, per rendersene conto basta confrontare le sue parole con quelle di Madre Teresa di Calcutta o di Chiara Lubich.
Senza considerare che la signora in questione si preoccupa di se stessa dei suoi bambini della moralità ma non della multinazionale per cui lavorava.