martedì 31 maggio 2011

Dichiararsi come confessarsi?

Il coming out, il dichiararsi omosessuali, viene giustamente ritenuto un momento di svolta nella vita di ognuno di noi. Dopo aver preso pienamente coscienza di essere individui provvisti di una propria sessualità, ci si rivela agli altri come tali, accettando di metterci in gioco e nello stesso momento si afferma la nostra identità.

Leggo oggi che il dichiararsi avrebbe anche un'altra chiave di lettura. Non solo atto di autoaffermazione, bensì vera e propria "confessione": se ho capito bene, c'è infatti chi ritiene che il coming out nei paesi cattolici "risenta" del bisogno culturale (e quindi indotto) di confessarsi, di liberarsi attraverso la parola che si trasmette a qualcuno.

La differenza, ove esistente, sarebbe sostanziale e cambierebbe i termini della questione: uscire dal proverbiale armadio sarebbe un modo di cercare un'affermazione tramite un qualche tipo di assoluzione, di "convalida" da parte di chi ci ascolta. Invece che mettere a parte qualcuno di qualcosa, ci si "libera" di un peso "rivelandolo": non per comunicare un fatto altrimenti neutro, quanto per guarire proprio per mezzo della confidenza. E' una interpretazione troppo cervellotica? Ma come mai allora si parla spesso di "confessione"? 8Mettete su google "coming out" e "confessione", vi stupirete anche voi!)
Che ne pensate?

P.s. Tempo fa mettemmo insieme una guida semiseria al coming out e in tanti lasciarono la propria testimonianza. Chi avesse la curiosità di leggere quel post, sempre attuale, lo trova qui.

1 commento:

loran ha detto...

Prendendo in considerazione i paesi dove la religione cattolica è predominante e ha un influenza anche in chi se ne ritiene immune a livello razionale mi sembra una cosa abbastanza chiara che il coming-out abbia una valenza di confessione anche su vari livelli fino ad arrivare ad una confessione di un peccato con relativa richiesta di assoluzione da chi ritiene che il suo stile di vita contrasti con il suo credo religioso.